Gruppo di Lettura: Childism - Guardando insieme, Guardando oltre
- Tanu Biswas
- 2 days ago
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Elisa Viale

Quello che mi ha colpito fin da subito del childism è il suo non essere una prospettiva unicamente legata al campo dell’educazione, bensì è più una lente con la quale si può vedere il mondo in maniera diversa e, chissà, magari riuscire a porre fine alle molteplici ingiustizie che lo caratterizzano. Ed è questa energia che ha caratterizzato il ciclo di incontri organizzato da Maura Tripi, docente dell'Università Lumsa, in collaborazione con il Childism Institute.
Partendo dal suo interessante libro “Non chiamateli bambini”, i gruppi di lettura hanno rappresentato dei magnifici spazi per condividere spunti, idee, ed opinioni su come l’adultismo permea le nostre società e come con il childism si può porre un nuovo inizio. Interventi da diverse parti del mondo e da diversi campi di studio e professioni hanno arricchito questi bellissimi momenti di scambio.
Nel primo incontro siamo partiti dai capitoli 5 “Dall’altra parte: adultismo e adultocentrismo” e 6 “Non chiamateli bambini”. Iniziare con il ragionare sull’importanza delle parole è un passo essenziale quando ci si affaccia al childism perché, solo riconoscendo quanto le parole influenzano come percepiamo e viviamo la nostra quotidianità, ci aiuta a prendere consapevolezza della posizione di marginalità ed inferiorità alla quale i bambini sono stati relegati per molto tempo. E le parole hanno giocato un ruolo chiave nel perpetuare questa relazione di potere ineguale che ha permesso a diverse società di svilupparsi e consolidarsi su basi adultiste. Pensiamo, per esempio, a quanto sia normalizzata l’assenza di ascolto attivo e rispetto nei confronti dei bambini "perché troppo piccoli per capire”. Oppure, quanto sia naturale definire infantile o bambinesco un comportamento con cui non siamo d’accordo. Sono queste azioni, comportamenti e punti di vista che hanno contribuito a consolidare l’idea degli adulti come esseri completi ed assoluti che hanno raggiunto quella maturità necessaria per essere ascoltati e rispettati.
Durante la sessione, i temi che sono emersi maggiormente riguardavano innanzitutto l’importanza della consapevolezza nella quotidianità, ossia il riconoscere quanto l’adultismo definisce le nostre giornate e le nostre azioni, dal contesto familiare a quello educativo. Successivamente, è emersa la necessità di sviluppare approcci metodologici che si scostano dall’eurocentrismo, riconoscendo l’importanza di prospettive decoloniali, che mettano al centro i bambini non come oggetti di studio, bensì come soggetti attivi della produzione epistemologica. Allo stesso modo, si è concordato sulla priorità di riconoscere quando l’infanzia sia un concetto sviluppato sulla base di relazioni di potere definite in termini adultisti. Per esempio, il fatto che non esistano parole in grado di definire un bambino senza posizionarlo all’interno di una relazione gerarchica che ne definisce la sua marginalità ed inferiorità, ci illumina sulla necessità di prendere azioni concrete volte alla ridefinizione dei rapporti che caratterizzano le nostre società.
Il secondo gruppo di lettura si è focalizzato sui primi quattro capitoli del libro: “Dai childhood studies al childism”, “Il prisma del termine childism”, “L’anatomia dei pregiudizi” e “Diritti, cittadinanza globale, democrazia”. Partendo da un’introduzione teorica e metodologica alla prospettiva childism, si riconosce quanto sia diffusa la concezione di bambino come essere incompleto in un processo di evoluzione verso la forma completa e finale di adulto. Ciò non deve essere inteso come un ostacolo, bensì come un punto di partenza per sviluppare approcci metodologici volti a scardinare il binarismo della relazione adulto-bambino, concependo il bambino come tale, piuttosto che come adulto in divenire. Questo significa decostruire i pregiudizi, superare la misopedia, ripensare alle azioni ed iniziare a guardare alla realtà che ci circonda con la lente dell’età, riconoscendo quanto questa rappresenta una linea importante all’interno del prisma dell’intersezionalità dell’esperienza umana. Ci si vuole distaccare dall’interpretazione secondo la quale il childism siano i pregiudizi adultisti nei confronti dei bambini, avvicinandosi all’idea di una prospettiva che scardina i presupposti adultisti della società per poi provare a cambiarne le forme. Il che equivale a dire che ci si deve focalizzare sul passare da un rapporto di dipendenza-indipendenza, al riconoscere l’interdipendenza del rapporto tra adulti e bambini.
Durante l’incontro sono emersi diversi punti di vista interessanti sull’adultismo nel nostro quotidiano. Dall’ambito familiare a quello burocratico, è emersa la necessità di guardare oltre il campo educativo. L’adultismo è onnipresente e un approccio interdisciplinare gioverebbe all’espansione del childism. Successivamente, ci si è interrogati sulla sua praticità, su come e dove includere i bambini. Pensare di adottare una prospettiva childism includendo dei bambini è adultista di per sé, perché non si agisce direttamente sulle relazioni di potere che definiscono le nostre società. Di nuovo, si è riconosciuta l’importanza di partire dalla decostruzione di cosa avviene dentro di noi e dentro le nostre società per iniziare a pensare in maniera diversa e, conseguentemente, agire in maniera diversa.
In conclusione, questi incontri sono stati momenti preziosi di condivisione ed arricchimento. Dall’importanza delle parole alla necessità di riflettere sulla nostra quotidianità, è stato bello vedere quante persone riconoscano l’importanza di diffondere una prospettiva essenziale per combattere le ingiustizie sociali che definiscono le nostre società. Per il futuro mi auguro che questa lente venga presa in considerazione anche da altre discipline e che insieme possiamo unirci per un mondo più eguale.



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